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Tessera 10: Deficienza emotiva e deficienza sociale

Michele Invernizzi

Di Michele Invernizzi

Fred era il project manager di un’azienda che si occupava di sviluppo software e SEO.

Come responsabile di progetto, il suo ruolo era quello di coordinare il processo di lavoro del suo team di sviluppo. Il team di Fred è sempre stato uno dei migliori della compagnia, sia per competenze che per la passione che dimostravano nel lavoro, e ovviamente anche nei risultati. Fred ha sempre avuto grande attenzione per i suoi collaboratori, li incentivata a proporre idee innovative, a cercare soluzioni creative, e li aiutava spesso a migliorare le proprie competenze tecniche. Il team lavorava in sintonia e in sinergia, e i membri della squadra avevano un atteggiamento molto collaborativo tra di loro.

Un giorno Fred venne chiamato dal suo capo, il quale congratulandosi con lui gli disse che se entro la fine dell’anno avesse raggiunto il suo obiettivo, sarebbe stato promosso, con un relativo aumento di stipendio, maggiori benefit e un maggiore budget per i nuovi progetti.

Da quel giorno Fred cambiò modo di approcciarsi al lavoro.
Il suo unico chiodo fisso, era quello di fare l’obiettivo. Lentamente smise di prestare attenzione al suo team, di appoggiarli e di incoraggiarli. Iniziò ad assumere un atteggiamento direttivo, e  rimproverò spesso alcuni suoi collaboratori, a volte in modi esagerati. Fred si stava stressando per la possibile promozione, e ogni volta che qualcosa andava storto si poteva vedere il suo nervosismo trasudare da tutti i pori.
Nel giro di poche settimane il team iniziò ad essere più irrequieto e nervoso, a collaborare meno e ad essere meno efficiente. Fred, se ne accorse e convocò tutto il team dove in una riunione gli strigliò per bene, rimproverandoli di scarsa motivazione e di scarso entusiasmo, affermando che non era quello il modo di lavorare.

La riunione servì a poco, se non a peggiorare le cose, Fred stava di fatto perdendo quella squadra così ben oliata con cui aveva raggiunto tutti gli obiettivi…

Proviamo a pensare agli effetti di un manager stressato che entra in ufficio, e si appresta ad una serie di riunioni con i suoi collaboratori.

Il leader è la persona verso cui tutti guardano, il suo stato emotivo viene percepito molto facilmente dalle altre persone perché è in un ruolo esposto, in vista, di riferimento. Come Daniel Goleman insegna nei sui libri (“Intelligenza emotiva” e “Intelligenza Sociale”), le emozioni sono contagiose, ovvero vengono percepite immediatamente dalle altre persone e queste, possono risuonare con lo stesso stato emotivo della persona con cui si è a contatto. È quello che viene chiamato “contagio emotivo”.
Così un leader stressato condivide il suo stato di agitazione e nervosismo anche con le altre persone con cui collabora ogni giorno, le quali diventano anche loro un po’ più stressate, nervose e meno recettive. Un leader stressato o negativo quindi può stressare letteralmente gli altri. Non solamente attuando una leadership direttiva, fredda, distaccata o impositiva causata da uno stress personale, ma anche condividendo il suo stato emotivo negativo.

Così le persone che collaborano con un leader stressato, che ne vedono le emozioni, che ne sentono le agitazioni si accordano con i suoi sentimenti, diventando anch’esse stressate o ansiose. Le persone troppo stressate, e soprattutto stressate per troppo tempo, fanno più errori, perdono facilmente la concentrazione, perdono lucidità e creatività, hanno difficoltà a mantenere dei ritmi di vita regolari, e in conclusione: producono meno ammalandosi di più. Sono presenti e assenti allo stesso tempo. Troppo impegnati a preoccuparsi piuttosto che stare concentrati sul fare. Si muovono come in balia della corrente, senza riuscire davvero a dirigere la barca dove vorrebbero. Reagiscono per istinto e abitudine. Il pilota automatico è  inserito. Incrociamo le dita e speriamo di farcela.

Ma cosa succede invece se il capo è una persona solare e positiva, che vive un momento positivo della sua vita? Non trasmetterà forse lo stesso atteggiamento mentale ottimista e positivo a tutte le persone che lo circondano? E avere una squadra che si allinea su una proattiva positività, non è forse come far funzionare un motore a pieno regime? Andando al massimo consentito e riducendo i consumi?

Il ruolo del leader è molto delicato, è la persona che guida ed ispira il suo team e deve anche essere capace di coltivare in primis quelle intelligenze che gli permettono di capire ed il influenzare il morale e le performance della sua squadra: l’intelligenza emotiva e l’intelligenza sociale.

Coltivare intelligenza emotiva e intelligenza sociale

Coltivare la propria intelligenza emotiva vuol dire essere consapevoli di sé stessi, degli stati d’animo che si provano, delle emozioni che si sperimentano nel momento in cui le viviamo, delle energie che si hanno a disposizione e del modo in cui reagiamo. La consapevolezza di sé è il primo passo per prendersi cura intenzionalmente di sé, e quindi degli altri. Un pò quello che Fred si è dimenticato di fare….

Il secondo passo è la coltivazione dell’intelligenza sociale, ovvero quella forma di intelligenza che rivolge la consapevolezza verso gli altri, alle loro emozioni, sentimenti, alla relazione, all’interessarsi degli altri con un attenzione ed empatia. Essere attenti e consapevoli delle altre persone è un modo di prendersi cura delle relazioni, del lavoro, delle performance del team.

E come si fa?
Tre semplici esercizi possono aiutarci quotidianamente a non perdere la bussola.

1. Quando proviamo un’emozione forte, prendiamo nota mentalmente di quello che proviamo nel corpo, di quali pensieri ci attraversano la mente, di quali sensazioni fisiche sentiamo. Questo è la consapevolezza verso noi stessi.

2. Quando stiamo parlando con qualcuno, prestiamogli la massima attenzione, provando ad ascoltarlo veramente, senza distrarci guardando il telefonino o l’orologio ogni 3 minuti. Concediamogli il dono della nostra attenzione per farlo sentire ascoltato.

3. Quando siamo sopraffatti dal pilota automatico e da un fiume di pensieri che ci attraversano la mente, proviamo a staccare la spina per 15 minuti e fare qualcosa che ci permetta di stare con noi stessi. Ascoltare una canzone, camminare all’aria aperta, o se ci è possibile fare dello sport sono attività che ci permettono di sfogarci e riattivarci oltre che a farci sentire bene.

Prendersi cura di sé è il primo passo per prendersi cura degli altri e del proprio business.

“Guardati dentro è lì che si trova la fonte di ogni bene” (Marco Aurelio)

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