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Tessera 14: La sindrome del sacrificio

Michele Invernizzi

Di Michele Invernizzi

Nella società dell’incertezza ci troviamo spesso in situazioni precarie, in cui siamo costretti ad andare avanti, a non arrenderci, a volte spinti più da un desiderio di sentirci invincibili, come dei Superman in giacca e cravatta, che devono superare i limiti umani per portare a termine il compito, raggiungere l’obiettivo, fare il target.

A volte sono le organizzazioni che impongono questo modo di concepire il lavoro, figlie di una esigente società del “tutto e subito” in cui le parole chiave sono competizione e sopravvivenza e l’unità di misura sono i risultati immediatamente.
Il mondo liquido in cui viviamo ci richiede di essere flessibili, orientati ai risultati, saper stare nell’incertezza e a proprio agio nella complessità, raggiungere obiettivi a breve termine in poco tempo e con scarse risorse.

Vivere a breve termine vuol dire doversi impegnare ogni 3 o 6 mesi su un nuovo progetto, a volte disconnesso dal precedente ma spesso più complesso. A volte il manager e il suo team sono impegnati in una serie di frenetiche maratone a catena e possono rischiare di vivere la vita professionale in maniera stressante. Uno dei tanti rischi nel concentrarsi solo sul risultato, sugli obiettivi di business e di performance è di dimenticarsi di sé stessi troppo a lungo. Il fare continuo ha preso il posto dell’essere. Ciò rischia di tradursi in stress, burnout, calo di motivazione ed energie, scarsa collaborazione e attenzione a sé stesso e agli altri, logorio della qualità delle relazioni, perdita di concentrazione, nervosismo, sbalzi di umore, e quindi perdita della capacità di leadership, di gestire e di lavorare con il team, di sintonizzarsi con il team e l’ambiente di lavoro, lo smarrimento della propria intelligenza emotiva e lo spegnimento della propria intelligenza sociale ecc.. insomma il rischio di dimenticarsi di prendersi cura di sé stessi è il logorio del proprio benessere personale.

Richard Boyatzis la definisce “sindrome da sacrificio”, ovvero quella sindrome di apnea lavorativa cronica in cui i leader si trovano (inconsapevolmente) a sacrificare sé stessi per raggiungere l’obiettivo a breve termine piuttosto che prendersi cura di sé stessi e riuscire a mantenere costantemente elevato il livello prestazionale. Per i leader, la capacità di prendersi cura di sé stessi è estremamente strategica. Un leader che sta bene, è centrato, consapevole, energico, motivato e attento, contagerà con le stesse qualità positive tutti i collaboratori, li ispirerà e li aiuterà a raggiungere performance lavorative elevate ed insieme a raggiungere gli obiettivi.

La sindrome del Sacrificio è un rischio concreto ed è fortemente correlata con l’esercizio del potere, a sua volta legato ai successi professionali. È infatti frequente che le persone che riescono a raggiungere traguardi professionali elevati e a fare carriera debbano rinunciare a qualcosa. Spesso questo qualcosa è rappresentato dalle relazioni, o addirittura da sé stessi.

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Nuove posizioni di responsabilità comportano nuove sfide, anche psicologiche da affrontare.
In questa situazione quindi, il leader può agire in due modi, il primo è continuare a dimenticarsi di sé e perseguire una serie di maratone lavorative che lo annullino, oppure può imparare a riconoscere quando sta arrivando la sindrome del sacrificio ed imparare a concedersi il legittimo spazio per ricaricarsi e rinnovarsi.

Il rinnovamento delle proprie energie, siano esse emotive, fisiche, mentali o persino spirituali, serve per allontanare la possibilità della sindrome del sacrificio e per mantenere elevato il livello di energia da investire nei progetti e a supporto delle persone e delle performance.
L’investimento strategico, in quest’ottica è il miglioramento dello standard di rendimento (individuale e di team) che passa dall’affermazione del proprio benessere personale per collidere con gli obiettivi aziendali. La realizzazione di sé nella sfera professionale passa anche attraverso il rinnovamento di sé anche nella vita privata; è questo il concetto di work life balance, ovvero la gestione sana dell’equilibrio tra lavoro e vita personale, che sta acquisendo sempre più importanza per la sopravvivenza ai giorni nostri.

Un manager malamente stressato o ammalato, è meno produttivo di un manager in salute e carico di energie e motivazioni, che sa quando accelerare e sa anche quando e come ricaricarsi a pieno prima di una nuova sfida.

“Quella che il bruco chiama la fine del mondo,
il maestro la chiama farfalla”.
(Lao Tzu)

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