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Tessera 19: Quando l’Executive Coaching funziona da detonatore

Nella gran parte dei casi un percorso di Executive Coaching è un percorso nel quale si accompagna un professional nello sviluppo e nella pratica di una qualche competenza comportamentale che si vuole sviluppare in ambito lavorativo. Attraverso la “magia” della consapevolezza e la pratica di alcune sane abitudini comportamentali, il coachee entra sempre più in possesso di atteggiamenti nuovi e modalità comportamentali più efficaci che lo avvicinano ai suoi obiettivi professionali.

Ma in qualche caso l’Executive Coaching fa molto di più (e nello stesso tempo molto di meno) di così. Un esempio di questo mi è capitato “tra le mani” in questi ultimi giorni. Si trattava di un giovane manager di 35 anni, ormai da 11 inserito, con sempre maggior successo, in una azienda farmaceutica di grandi dimensioni, la cui carriera si stava affacciando a prospettive internazionali di grande sfida.

Nonostante le numerose soddisfazioni e i riconoscimenti sempre più frequenti, qualcosa, in quello sviluppo così desiderato e così sfidante, gli appariva noioso e già sperimentato: sentiva che l’apparente continua novità di un settore in perenne trasformazione non toccava più le corde della sua vera motivazione e, anzi, lo inseriva in logiche già viste delle quali il suo personale successo era lo scontato punto di arrivo.

La vera innovazione, a suo dire, sarebbe stato riappropriarsi del proprio tempo e dei propri obiettivi, intraprendendo una attività imprenditoriale in un settore totalmente nuovo. Le idee di possibili business non gli mancavano e così pure la rete di conoscenze, costruite in anni di duro lavoro ben fatto. Non mancava neanche un piccolo capitale da investire in una nuova avventura, nè il supporto della famiglia, pronta ad affiancarlo nella sfida che avrebbe intrapreso.

Unico freno: la paura. Paura di non avere abbastanza talenti, di non conoscere sufficientemente le proprie risorse e i propri limiti; paura di non aver maturato la sufficiente “anzianità” e quella di non possedere tutti gli strumenti operativi.

Che cosa chiedeva all’Executive Coaching? Chiedeva di capire se i limiti che percepiva erano reali e se le sue competenze erano sufficienti a decollare in solitudine. Nello stesso tempo sembrava difficile che il Coaching potesse rispondere in modo oggettivo a questa domanda: sarebbero serviti strumenti di analisi delle competenze e, parallelamente, un’approfondita conoscenza del mercato.

Il Coaching ha preso, allora, un’altra strada, cioè quella del racconto di casi di successo: è stato sufficiente (anche se tutt’altro che banale o poco impegnativo) portare alla nostra attenzione i casi di successo da cui il nostro coachee era circondato, perché lui potesse prendere sicurezza del fatto che ce la poteva fare, perché tanti altri prima di lui (e a volte con meno competenze di lui) ce l’avevano fatta.

Dal racconto dei casi di successo si è passati ad una analisi più approfondita e, insieme, a un percorso di presa di consapevolezza dei talenti del nostro coachee, il quale è arrivato, infine, a porsi la vera domanda: ”Perché mai dovrei non farcela?”.

Ed ecco quindi che il percorso di Executive Coaching è stato, almeno inizialmente, un potente detonatore di positività ed energia, dal quale è poi scaturito il vero lavoro quotidiano su talenti, comportamenti e competenze.

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“Continua a piantare i tuoi semi, perché non sai mai quali cresceranno. Forse lo faranno tutti.”
 (Albert Einstein)




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