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Tessera 24: l’executive coaching poggia sui punti di forza e non sulla correzione delle debolezze

Isabella Appolloni

Di Isabella Appolloni

Camilla è un architetto giovane, con una carriera ben avviata e una situazione professionale di tutto rispetto: dopo esperienze in varie città, in Italia e all’estero, è approdata a Milano, in uno studio di un certo prestigio, nel quale segue progetti stimolanti e coordina un gruppo di professionisti più giovani. Nonostante questo quadro brillante, Camilla non è affatto soddisfatta della sua situazione professionale: a ridosso dei 40 anni, percepisce che la sua carriera è giunta a uno stallo.

Una famiglia avviata e tre bimbi piccoli le impediscono di pensare nuovamente a una carriera all’estero, parziali contrasti con lo studio in cui lavora non la fanno sentire comoda nel suo quotidiano e le aspirazioni giovanili pare abbiano subito una brusca frenata.

Quando mi telefona non è affatto certa di voler intraprendere un percorso di coaching e pare non sapere neanche bene di che cosa si tratta: una sua amica e collega, però, gliene ha parlato entusiasta, suggerendole di provare.

Fissiamo un incontro di persona, per poterne parlare e fare la reciproca conoscenza. Come le ha detto la sua amica: ”Il tuo coach ti deve piacere, anche a pelle, altrimenti diventa tutto più difficile”. Per la prima chiacchierata conoscitiva vado nel suo studio, in un momento serale, in cui collaboratori e colleghi sono via e lei si sente libera di parlare.

La prima impressione che ho, appena entrata, è che l’ambiente in cui ci troviamo non faccia per lei. Lei è allegra, solare, creativa, persino un po’ bizzarra nei modi, ma sinceramente aperta e comunicativa. Lo studio, al contrario, appare freddo, asettico, molto elegante ma impersonale, persino troppo ordinato.  Mi domando come faccia a stare bene qui….. Chiacchieriamo per oltre due ore, proprio per fare conoscenza e vedere se c’è quel feeling che lei cerca. Mi racconta la sua storia, le sue origini, la sua carriera internazionale. Ma mi parla anche del suo momento difficile: una situazione professionale di cui dovrebbe essere soddisfatta, “perché è quello che tutti desidererebbero” – mi dice, ma a cui lei non riesce ad adattarsi. Vorrebbe meno prestigio e meno freddezza a vantaggio di un approccio più creativo. Vorrebbe colore, ma sembra che intorno a lei proprio non ce ne sia. Vorrebbe collaboratori diversi, forse anche meno qualificati ma più audaci, più divertenti, più entusiasti….

Le parlo del coaching, dell’approccio che uso, dei benefici che può portare, ma anche di quelli che non può portare. Le racconto della fatica che dovrà fare, della consapevolezza da ricercare, della motivazione a cambiare e degli scenari ignoti che probabilmente dovrà affrontare. Ci lasciamo in modo generico, ma già la sera mi scrive: “Quando possiamo incominciare?”.

Two young business women works together

Alla prima sessione la accolgo in un luogo che diventerà il “nostro spazio” per i successivi 6 mesi: una mansarda colorata e piena di fiori, con una scrivania e un pc, naturalmente, ma anche con tanti cuscini e un affaccio sul cielo, ora scuro e piovoso, ora azzurro intenso.

Presa di sorpresa, definisce il luogo “sfacciatamente anticonvenzionale” e mi rendo conto che questa iniziale rottura di schemi è proprio ciò di cui ha bisogno. Il percorso che ci ha viste insieme non è stato facile: a volte in discesa, a volte in salita, a volte di corsa, ma, come in una maratona, con l’obiettivo sempre chiaro: ritrovare la passione per il proprio lavoro e scegliere di farlo in un modo del tutto personale, creativo, non convenzionale.

Camilla, oggi che il percorso è finito, ha aperto il suo studio personale, da sola, affrontando una sfida enorme: la accompagna la certezza di avere fatto la scelta giusta, cioè aver puntato su se stessa. Non so come sia lo studio, ma mi ha detto che ci sono molte piante e, appeso al muro, la gigantografia di un lavoro che abbiamo fatto insieme sui suoi talenti….

“Non tentare di cambiare te stesso è improbabile che tu ci riesca.
Ma lavora duro per migliorare la tua performance.
E non prendere lavoro nel quale la tua performance non può essere che bassa”

PETER DRUCKER

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