Executive Actors’ Lab 07: impronte e fotogrammi.
Mi scuso con i lettori che non erano presenti al laboratorio teatrale EMBA del 10-11 dicembre scorsi, ma nel fare qualche considerazione su quell’esperienza dovrò, giocoforza, richiamare alcune cose poco comprensibili per chi non c’era.
Che cosa lascia dietro di sé il passaggio dell’Actors’ Lab, di questa bolla di congiuntivo nell’ordinato spartito del programma EMBA? Che tracce restano nei partecipanti? Nei conduttori? Ci sono tracce molto personali, fatte di intuizioni, smascheramenti, ritrovamenti, che sono di ognuno, diverse, nascoste, e che quindi non possono essere raccontate. Si manifestano, queste tracce, negli sguardi, negli occhi, da come le persone si salutano. E alle fine del Lab tutto questo si vedeva, si sentiva nell’aria, quasi si toccava. Ho ancora in mente lo sguardo di Gabriele, giunto in conclusione, mentre domanda con stupore sincero: ma che è sucesso?
Poi ci sono anche impronte collettive, orme di significato, chiare e leggibili, impresse dal passaggio di questo gruppo. Ho negli occhi alcuni fotogrammi memorabili. Per esempio la folla dei maschi che si accalca plasticamente al passaggio della donna fatale in Dio c’è. E questo flash mi suggerisce l’impronta numero uno: la parola noi. Il lab come officina del noi, al posto di io, o di loro. Noi? Allora tutto diviene possibile. E si è visto. Noi è il pronome del gruppo, del team.
Poi vedo il clochard seduto sulla panchina, accanto al businessman isterico, in Gocce di pioggia. Genio teatrale puro. Ma anche grande serietà della regia e degli attori, compresi i due che “facevano” la panchina. E proprio serietà per me è l’impronta numero due del Lab. Nel lab si è giocato, si è riso molto, ma con quanta serietà; quella serietà buona che è rispetto, attenzione, non buttarsi via.
E come non ricordare poi la scena della rapina alla banca, in Ombrelli e Pallottole, dove i rapinatori escono con una refurtiva fatta di secchielli pieni di lego. O anche il tragico serpente annodato ai rami dell’albero dell’Eden, in Dio c’è, e il fresbee giallo a fare da aureola al Supremo. Qui l’impronta, la terza, è la parola clown, ossia la libertà di reinventare, di innovare, di decidere che un ombrello può essere un mitra, o che poco può essere molto, o che un vincolo può essere un assist.
Ancora un paio di scatti: la bella sognante del Titanic, nel laboratorio delle mani, e il delicato corteggiamento, schiena contro schiena, in Gocce di Pioggia. Mi stupisco, ricordando, che questo sia stato davvero possibile, in così poco tempo. E stupore, appunto, si propone come quarta impronta. Se non c’è più stupore, se non c’è più disponibilità a lasciarsi stupire, allora anche il possibile si restringe, si esaurisce, e rimane solo la routine, il pilota automatico.
E contagio, infine, è la buona notizia da questo Lab e la quinta e ultima impronta. Questi qurantanove manager si sono lasciati contagiare da un virus buono. E con questo EMBA avranno più strumenti, più consapevolezze e più motivazioni, per contagiare i loro ambienti lavorativi nelle direzioni giuste.
Buone Feste a tutti!
Parole chiave: Laboratorio, Metodologia teatrale, Team
