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Non fare

 di Marco ghetti

da ExecutiveMBA, n. 18, marzo 2008

Si sta capendo, lentamente, che a fianco dei tempi del fare, nella vita organizzativa c’è grande necessità anche di tempi del non fare. Sono spazi, intervalli, che hanno minor ingombro temporale ma crescente rilevanza culturale. Sono i tempi della riflessione, del conoscersi come persone, del condividere e allineare progetti, aspirazioni, valori. Sono, come ebbe a dire anni fa’ il “capitano coraggioso” di una banca, gli spazi di ricerca dell’anima dell’azienda.

Per gestire i tempi del fare, ci vogliono manager. Per gestire i tempi del non fare, ci vogliono leader. In tempi di cambiamento, di discontinuità, nelle fasi che le teorie della complessità definiscono quelle ai bordi del caos, i meccanismi predittivi lineari e razionali non servono più. La ricerca di nuovi equilibri è un processo adattativo; i sistemi complessi, come le aziende, co-evolvono e co-apprendono con l’ambiente esterno. E scomponendo i sistemi in sottosistemi potremmo dire che, per esempio, il top management co-evolve con il middle management, o che il marketing co-evolve con ricerca e sviluppo.

E‘ del leader il compito di chiamare i time out di riflessione per questi processi condivisi. E’ solo lei che può definire gli spazi giusti e farsi garante delle regole che disciplinano questi spazi del non fare. Prendiamo a titolo di esempio le riunioni di comunicazione interna rivolte al management. Molte aziende fanno più volte l’anno incontri di questo tipo, invitando le persone chiave dell’organizzazione, per comunicare, per allinearsi. Molto bene, ottime iniziative. Spesso però cadono nella trappola del fare. Questa trappola consiste nel pensare che lo spazio della comunicazione serva a spiegare alla gente cosa si deve fare e come. Lo si vede dal format di questi meeting: sequenze spesso interminabili di presentazioni power point, uno o due discorsi strategici, e alla fine la grande “concessione” delle eventuali domande del pubblico. In altre parole la comunicazione serve a chiarire e trasmettere le modalità tecniche del fare.

Ma perché gli spazi della comunicazione diventino invece spazi di ricerca, di messa in discussione, di engagement e creazione di comunità tra le persone, cioè spazi dell’essere (e per questo del non fare) occorre aprirsi a regole diverse. E il leader lo sa bene.

Tre punti, tra i tanti. Primo, attivare tutti, fare in modo che ognuno partecipi, si esprima, rifletta, ponga domande, cambi la prospettiva. Poi, sottrarsi all’impulso di uccidere i problemi con soluzioni immediate, pre-confezionate, rassicuranti; lasciar lavorare il problema. Infine dare grande cura alla qualità delle relazioni durante il processo: rispetto, ascolto, fiducia. E’ così che il processo del non fare diviene crescita delle qualità dell’essere, fondamenta culturali solide per un fare più lucido, più generativo.

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