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Maschera e svelamento nella metodologia teatrale

di Marco Pejrolo

da Microonde, nr. 3 Giugno 2006

L’incontro con lo spazio dell’incanto deve essere avvenuto per me in un giorno d’autunno di vent’anni fa. L’entusiasmo ingenuo da giovane allievo attore mi aveva trascinato a frequentare un corso di comunicazione non verbale e di utilizzo della maschera neutra, materie non obbligatorie nel percorso di studi che allora formava attori professionisti. Non conoscevo nulla di quel mondo, fatto di silenzi e di magiche attese e ancora consideravo la maschera qualcosa dietro la quale ci si potesse concedere un salutare e rilassante nascondimento, di sé, della propria timidezza, di quello che di sè non si è disposti a raccontare, spesso nemmeno a se stessi.

Indossare una maschera e mascherarsi erano ancora per me cose simili se non identiche, qualcosa che aveva a che fare con la mal sopportata carnascialesca abitudine di travestirsi, di apparire per qualche tempo diversi da quello che si crede di essere realmente. Un modo semplice e veloce di essere altro da sé. Una finzione palesata dall’indossare l’oggetto teatrale per eccellenza: la maschera, appunto.

Mi sono accostato così a quella disciplina che mi avrebbe regalato invece uno dei grandi segreti dello spazio scenico, con la giusta dose di diffidenza e di sospetto che riservavo alle cose sconosciute. Per essere più sicuro e protetto mi premurai di farmi fare compagnia da un pizzico di pregiudizio, infido compagno delle prime avventure teatrali.

Quale incantevole meraviglia lo scoprire presto l’inutilità assoluta di quel “bagaglio preventivo”, di quelle difese, di quelle attrezzature dell’animo di cui mi ero fatto corazza: la maschera che indossavo quotidianamente per molte ore al giorno, infatti non era un oggetto della “menzogna”, della finzione, dell’inganno ma l’oggetto dello svelamento di sé per eccellenza, usato nel luogo dello svelamento per eccellenza: lo spazio scenico, lo spazio dell’incanto.

Mi stavo accostando alla comprensione del paradosso del teatro per il quale proprio nello spazio da tutti ritenuto luogo della finzione all’attore viene invece richiesto di lavorare sulla verità più nuda, semplice e quindi credibile. Perchè mi fosse svelata l’essenza di questo incantevole paradosso era stato necessario indossare una maschera.

Qualcosa di molto simile a quella mia meraviglia di allora riconosco nelle persone che, attraverso l’attività di formazione teatrale in azienda, vengono a contatto per la prima volta con il palcoscenico, le sue regole e la sua possibilità di un consapevole svelamento. I partecipanti ad un seminario di teatro aziendale infatti normalmente si presentano ben forniti di quegli accessori che presto si riveleranno non indispensabili, tipici del mondo dell’indicativo (generalmente contrapposto a quello del congiuntivo, del possibile, proprio del palcoscenico): una sana diffidenza, un ragionevole dubbio, una saggia perplessità, una sorta di timore che mette i corpi e gli animi in una tensione rivolta all’ascolto di ciò che li circonda e alla scoperta di ciò che sarà chiesto di fare loro.

Attraverso il susseguirsi degli esercizi e delle attività i partecipanti si rendono però consapevoli di trovarsi in uno spazio in cui vengono sistematicamente sospesi e disinnescati i meccanismi che normalmente ci inducono a desiderare di indossare una “maschera” nella vita di tutti i giorni, riscoprendo il piacere senza rischi di poter essere se stessi, partecipando dell’incantevole svelamento che il teatro offre.

Il lavoro in scena è paziente, progressivo, impegnativo e affascinante. Così come per l’attore nel suo percorso di formazione professionale, anche per il partecipante al laboratorio teatrale la diffidenza lascia progressivamente spazio alla fiducia, il giudizio e il pregiudizio vengono sostituiti dalla disponibilità e dallo stupore, la distrazione si trasforma in concentrazione, cura, rispetto e consapevolezza, la finzione diviene rappresentazione sincera, senza trucco e senza inganno. Ci si riconosce simili e appartenenti tutti alla stessa specie.

Assistere, in qualità di formatori, a questa “metamorfosi”, a questa mutazione del sentire è un privilegio, una esperienza a cui non ci si abitua mai: è sempre sorprendente ed entusiasmante. Come entusiasmante e pieno di vero sincero stupore è tutto ciò che un cambiamento di atteggiamento di questo tipo rende possibile nel raggiungimento di obiettivi anche più tipicamente legati al mondo della formazione aziendale. Quasi che si sentisse l’esigenza di dover frequentare prima di tutto uno spazio neutro, in cui rallentare il battito frenetico e talvolta isterico della conflittualità o della distrazione per poi poter compiere consapevolmente altri passi nell’impegnativo territorio dell’apprendimento.

Ci piace pensare, sulla base della nostra esperienza, il palcoscenico come luogo protetto, in cui offrire la possibilità, per un momento, di smascherarsi, di privarsi cioè dell’obbligo di indossare una maschera per dare invece spazio a quei “muscoli” che si chiamano ascolto, rispetto, fiducia, sospensione del giudizio e del pregiudizio, percezione, comunicazione, divertimento, emozione, consapevolezza. In fondo sono gli stessi muscoli che consentono all’attore di essere protagonista credibile e di successo dell’atto comunicativo che egli replica sera dopo sera. Lo spazio scenico come spazio dell’incantevole svelamento.

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