Stress e lavoro
di Isabella Appolloni
da Microonde, nr. 3 Giugno 2006
Il tema dello stress è indubbiamente molto sentito ai nostri giorni e anche notevolmente frequentato nelle aule di formazione. Molte discipline si affannano a mettere a disposizione mezzi, rimedi, strategie per risolvere il problema dello stress e delle sue manifestazioni. Ma di questo tema si chiede anche un’interpretazione, una spiegazione, che ci dia l’illusione di poter governare anche questo fenomeno.
Dalla vasta ricerca che si interroga su questo argomento, d’altro canto, emerge sempre più frequentemente un’interpretazione del problema stress degno della nostra attenzione. Non tanto per il fatto perché fornisca soluzioni a questo disagio di cui tutti siamo oggetto, ma piuttosto perchè ne da un’ottica di lettura piuttosto interessante.
Lo sguardo degli studiosi parte constatando che ansia, stress e tensione sono tipicamente parole del nostro tempo, della nostra realtà lavorativa frenetica e convulsa, delle nostre città rumorose e dei nostri ritmi di vita troppo intensi. In epoche passate la vita non era certo meno difficile, anzi, era costellata di prove, di difficoltà ma poteva essere definita, appunto, difficile, non stressante. Questa constatazione conduce a considerare che la caratteristica tipica dello stress è il contemporaneo manifestarsi di alta pressione psicologica e basso margine di manovra.
Per capire in modo immediato il significato di questa congiuntura si può pensare al pendolare chiuso nel traffico della tangenziale di prima mattina, mentre disperatamente tenta di raggiungere l’ufficio. La situazione che vive non è particolarmente pericolosa o dannosa per la sua vita, né gli impone sforzi fisici che lo possano mettere a dura prova. Tuttavia il suo “lato psicologico” sarà probabilmente oppresso da pensieri che potrebbero assomigliare a questi: Per quanto ancora si protrarrà questa situazione? Cosa succede se arrivo tardi alla riunione? Cosa penserà il mio capo se non arrivo puntuale? Cosa succederà se cominciano la riunione senza di me? Cosa faranno senza i dati che dovevo portare io?…. e altre domande del tutto simili.Proprio a questo si fa riferimento quando si parla di alta pressione psicologica: la tensione, l’attesa, l’ansia del “che cosa succederà se…”, le aspettative altrui su di me, le impressioni negative che potrei generare, ecc. A questo si aggiungono tutte le ulteriori tensioni provocate dal tempo che non basta mai, dalle scadenze che si avvicinano inesorabilmente, da aspetti economici che generano continue incertezze ecc. Insomma, non ci sarà pericolo di vita immediato ma certo la mia vita è continuamente sottoposta a logoranti pensieri, che provocano appunto una continua pressione psicologica.
D’altro canto le situazioni più stressanti derivano da una concomitante scarsissima possibilità di fare qualcosa per venirne fuori, cioè da quello che viene definito basso margine di manovra. Tornando col pensiero al nostro pendolare intrappolato nel traffico, ci chiediamo: che cosa può fare? Può forse scappare? Può lasciare lì la macchina e passare a ritirarla in un momento migliore? Può incaricare qualcuno di risolvergli il problema? A tutti pare logico che egli non possa fare nulla per risolvere il problema e che debba semplicemente rassegnarsi alle condizioni esteriori. Facile a dirsi, ma difficile a farsi se pensiamo a quel famoso film “Un giorno di ordinaria follia” in cui era proprio una situazione di banale traffico sotto il sole cocente a far esplodere tutta la pazzia repressa di un uomo qualunque. In realtà, il modello che lavora sull’asse “alta pressione psicologica” – “basso margine di manovra”, indirettamente suggerisce anche una via di azione, che propone molto saggiamente un percorso di lavoro personale che prende la via della sapiente gestione del problema e dell’allenamento su di sé.
La via da imboccare è rappresentata o dall’allentare in qualche modo la pressione psicologica che gli avvenimenti esterni esercitano su di noi oppure dall’ampliare le nostre possibilità di azione in un contesto stressante. Allentare la pressione psicologica equivale ad allenarsi a prendere una distanza mentale e psicofisica dagli eventi che non possiamo gestire, imparare a tollerare la frustrazione di non avere tutto sotto controllo, accettare il largo margine di imprevisto e di ignoto con rapida flessibilità. D’altro canto risulta altrettanto proficuo lavorare creativamente per cercare alternative a monte, strade parallele che amplino il mio margine di azione. Con un cospicuo investimento di progettualità.
Il comune valore che hanno in sé queste difficili strategie consiste nel fatto di riportare a me, soggetto sotto stress, la corona del comando. Se lo stress, infatti, fosse dovuto inevitabilmente a condizioni esterne, avremmo ben poco da fare: o cambiamo il mondo, o viviamo perennemente stressati. Al contrario se lo stress sta nel come IO reagisco ad eventi potenzialmente, ma non necessariamente stressanti, si apre un campo tutto nuovo di progettualità ed impegno. Dove le mille tecniche disponibili – stretching, respirazione, yoga, persino canto gregoriano e molte altre – possono costituire un indubbio aiuto.
Parole chiave: Formazione manageriale, Laboratorio, Sviluppo di sé
