Il coach come cercatore di storie
di Fabia Bergamo
da Microonde, nr. 4 Febbraio 2007
“Voi siete le vostre storie. Siete il prodotto di tutte le storie che avete ascoltato e vissuto, e delle tante che non avete sentito mai. Hanno modellato la visione di voi stessi, del mondo e del posto che in esso occupate.” Lo scrive Daniel Taylor (Le storie ci prendono per mano, 1999, Frassinelli, Piacenza). Fra i numerosi campi di indagine in cui l’approccio narrativo ha dato i maggiori frutti e che promette ulteriori sviluppi, si evidenzia quello della costruzione di metodologie e di pratiche prettamente legate all’orientamento, alla crescita delle persone, in una parola all’ empowerment.
Raccontiamo di continuo sia a noi stessi, scrivendo un diario biografico ad esempio, e sia agli altri, storie di vita quotidiana e straordinaria; di quel bellissimo vestito di carnevale della nostra infanzia, di quando un amore creduto eterno ci ha abbandonato in un angolo senza più forze, di quel colloquio di lavoro che ha rivoluzionato la nostra vita.
Narrare è quindi, secondo lo psicologo Bruner, massimo esponente e fautore di questa teoria, una particolare modalità di pensiero in grado di percepire ed organizzare la realtà, diverso da quello più conosciuto come logico-matematico. Il pensiero narrativo, sempre secondo lo studioso, risponderebbe a quel bisogno del tutto umano di trovare un senso e significato alle esperienze vissute. Quando agiamo il pensiero narrativo? In molteplici realtà, anche quelle più apparentemente attinenti ad una lettura logico-scientifica. Spesso negli ambienti lavorativi, le nostre capacità predittive si traducono in una narrazione del “probabile”: <<Mi racconto, vi racconto la storia di come andranno le cose o di come dovrebbero andare>>, al fine di scegliere l’azione più consona per un ipotetico scenario futuro.
Ma è nell’ambito dello sviluppo personale che le modalità narrative appaiono le forme più adeguate per stimolare processi in cui il soggetto possa esplorare se stesso, il proprio ambiente, le proprie aspirazioni e competenze in vista sia di una crescita professionale, sia di una ricerca di nuovi progetti di vita più soddisfacenti.
Il percorso di coaching, grazie alla sua filosofia di fondo, tesa ad attivare nell’altro un processo di crescita esplorativa, costituisce a nostro avviso il setting privilegiato per narrare storie diverse e costruire nuove opportunità di cambiamento.
Ascoltare storie nel primo colloquio di coaching
Si narra che re Shahriyàr deluso ed infuriato per il tradimento della moglie, concepisse un odio mortale per l’intero genere femminile. A causa di ciò, ordinò al Vizir, nonché padre di Shahrazàd, di condurre ogni notte, nelle sue sontuose stanze, una vergine e di farla uccidere una volta sorto il sole. Per tre anni furono sacrificate quasi tutte le vergini del regno finché Shahrazàd bella, saggia e coraggiosa si offrì di trascorrere la notte col re, non senza aver prima affermato al padre: “O rimarrò in vita, o sarò il riscatto delle vergini musulmane e la causa della loro liberazione dalle mani del re”. Shahrazàd, per evitare di esser condannata a morte dal vendicativo re, per mille e una notte con i suoi racconti straordinari, ora incatenati l’uno all’altro come anelli di una collana, ora rinchiusi l’uno nell’altro come in un sistema di scatole cinesi, riuscì a destare la curiosità del sovrano rimandando, di giorno in giorno, la sua esecuzione. Quando Shahrazàd terminò l’ultimo racconto re Shahriyàr oramai affascinato dalle storie e dalla sua narratrice, dimenticò l’antico odio per le donne e la prese in sposa.
E’ l’ascolto nella sua pienezza la barra del timone del primo colloquio e la bussola che orienterà l’intero percorso di coaching. Se il desiderio di ascolto e di curiosità del coach sono autentici come quelli messi in atto dal re Shahriyàr, si riverberano sul coachee, spingendolo a raccontarsi con fiducia, a tradurre i propri pensieri in parole ( ad esempio attraverso esercizi di scrittura: diari, appunti autobiografici).
Questa alleanza racconto-ascolto contribuisce a raggiungere, nella prima sessione, un duplice scopo: da un lato il coach apprende come la persona costruisce, attraverso la narrazione, la sua storia personale, la storia del problema, le soluzioni tentate e fallite, e le nuove strategie da adottare; dall’altro il coachee conquista piccole consapevolezze circa la natura del suo problema, il comportamento attuato nelle diverse circostanze, il suo essere adeguato o meno alla situazione, i traguardi che vuole raggiungere e il piano d’azione più consono al momento.
Chi racconta e chi ascolta una narrazione entra in un contatto comunicativo privilegiato; entrambi, infatti, sono attivi nel co-costruire il significato.
Cosa ascoltare?
Se lo scopo del narratore-coachee è quello di colmare attraverso il dialogo con il proprio ascoltatore un evento con quei significati fino ad allora sfuggiti, quello del coach è di rintracciare, lungo lo svolgersi del racconto, segni, indizi, parole che possano dar vita ad una trama più ricca e soddisfacente. Nel racconto convivono due volti strettamente intrecciati fra loro: la storia (fabula) ossia il contenuto, il concatenarsi degli eventi, il “cosa si dice” e il discorso (sjuzhet) ossia l’intreccio, il “come si racconta”.
Le narrazioni sono fonte inestimabile di informazioni su dati e fatti che, seppur filtrati dagli occhi, dal cuore e dalla mente del coachee, ci “raccontano” come lui/lei, fra le innumerevoli azioni possibili, abbia scelto proprio quelle (indicatori di agency), quali sono le sue riflessioni e idee del mondo (indicatori di reflexivity), quali i sentimenti e le emozioni provate (indicatori qualia), come valuta gli eventi in rapporto alle aspettative (indicatori di evaluation), come narra della coerenza dell’evento con tutto ciò che lo ha preceduto, che è stato e che prevede di essere (indicatori di coherence), come utilizza espressioni riconducibili al proprio inserimento nel contesto sociale (indicatori social reference) o come si colloca nel tempo, nello spazio o nell’ordine sociale, in sintesi del suo rapporto con il contesto culturale di appartenenza, (indicatore positional), come interpreta gli eventi a partire dalle risorse interne ed esterne che lo hanno caratterizzato (indicatori di resources) o come attribuisce un significato agli eventi attraverso un linguaggio che esprime un dovere o un impegno (indicatori di commitment).
Questi nove indicatori, individuati da Bruner, non sempre sono rintracciabili nei racconti del primo colloquio, ma costituiscono una valida griglia di osservazione per quelli successivi.
Le “eccezioni” nelle storie
In ogni storia, se il nostro ascolto è attivo, rintracciamo sempre delle eccezioni, eventi inattesi, punti di svolta (turning point) che rompono una consolidata routine. Nelle fiabe c’è sempre un personaggio che, ad un certo punto, appare con un’espressione diversa da quella immaginata, oppure un oggetto che, a ben guardare, si rivela determinante per il protagonista; eccezioni che possono cambiare il corso della storia.
Ogni problema non si presenta mai in modo costante e continuativo. Esistono delle eccezioni (“qualsiasi cosa che non porti con sé gli stessi effetti negativi”, De Shaker, 1988 p. 52), destinate a perdersi nelle pieghe del racconto in assenza di un’attenzione specifica o a celarsi agli stessi occhi del coachee. In un primo colloquio diventa essenziale rintracciarle e valorizzarle poiché contengono in nuce già le potenzialità del cambiamento. In che modo renderle visibili? Con un metodo tanto antico quanto valido: porre domande tali da indurre il narratore a soffermarsi su aspetti non considerati: “Che cosa ha provato di diverso dal solito, in quei momenti?”, “Che cosa dicono di lei questi episodi?” e soprattutto: “In che modo è riuscito a superare questo ostacolo/problema/disagio?”. E’ una domanda, quest’ultima, di enorme rilievo in una prospettiva di empowerment e di autoefficacia del coachee.
A partire dalle eccezioni è possibile creare insieme nuove possibili storie che traggano linfa dagli insegnamenti degli episodi di successo del passato, per quanto marginali essi siano. Nessun cambiamento persiste nel tempo se il “vuoto” lasciato dalla scomparsa del problema non si è colmato con nuove consapevolezze riguardo alle proprie capacità e risorse.
Il percorso di coaching racconta una storia di cambiamento in cui, di volta in volta, di sessione in sessione, confluiscono nuove consapevolezze ed esperienze per creare, grazie all’alleanza ascoltatore/narratore, una storia ricca di nuove opportunità: una storia, insomma, a lieto fine.
Bibliografia
Bruner,J. (1986) La mente a più dimensioni, tr.it. Laterza, Bari 1994
Bruner,J. (1990) La ricerca del significato,Bollati Boringhieri, Torino 1992
Milner J., O’Byrne P. (2004), Il counseling narrativo, Erikson,Trento
Parole chiave: Coaching
