Il benessere in aula (e in ufficio?)
di Fabia Bergamo
da Microonde, nr. 1 Novembre 2005
E’ possibile generare benessere? La parola “Benessere” circola ormai quotidianamente negli uffici, nei corridoi aziendali e nelle aule di formazione. Nella nostra esperienza d’aula, infatti, riscontriamo sempre più frequentemente come il buon esito di un percorso formativo si misuri dal grado di “benessere” percepito, e non solo dal suo aspetto puramente contenutistico.
A volte, nel classico giro di tavolo conclusivo del seminario, i manager affermano quasi increduli: “Sono stato bene… mi sono lasciato andare… eravamo un vero gruppo… c’era fiducia tra noi”; “Sono stato bene… ho conosciuto i miei colleghi umanamente, oltre il ruolo professionale”, e ancora “Sono stato bene… non me lo aspettavo… sono arrivato in aula prevenuto; stare lontano dall’ufficio proprio in questo periodo dell’anno, con tutto il lavoro da fare… però ho capito come ascoltare sia importante per il mio lavoro”. Se leggiamo le frasi al di là delle parole, ci accorgiamo di come rivelino bisogni “emergenti” strettamente connessi fra loro: sentirsi bene per vivere con consapevolezza le relazioni con gli altri e con se stessi.
Ma cosa si intende per “Benessere”? Il vocabolario ce ne chiarisce il significato: si tratta di una parola composta da “essere-bene” e legata al concetto di “sentirsi integrato nella propria sfera fisico-emotiva”. Benessere, quindi, non come assenza di malessere ma come “spazio altro” in cui corpo, mente, cuore si integrano ricongiungendo l’antica frattura cartesiana. L’individuo nello “spazio altro” si sente intero, presente con la propria storia non più frammentata, e questa condizione lo spinge a ricercare interazioni più fluide ed appaganti.
Perché dunque occuparci di generare benessere in aula? E quanto incide in un percorso formativo di apprendimento? Domande aperte a cui è possibile rispondere solo con alcune considerazioni e riflessioni. Apprendere costa fatica, soprattutto da adulti. E’ un processo dispendioso in termini di energia poiché coinvolge non solo la nostra sfera intellettuale, ma principalmente quella emotiva. Abbandonare schemi di riferimento noti e acquisiti in anni di esperienze ci spinge ad attraversare una sorta di “terra di mezzo” in cui abbiamo la sensazione di essere “non competenti”. E ancor prima di aggiungere al nostro sapere un nuovo frammento di conoscenza, ci sentiamo emotivamente fragili e vulnerabili, e tendiamo a chiuderci per non far trapelare il doloroso senso di inadeguatezza.
Una possibile condizione per contenere questo disagio da apprendimento è trasformare la “terra di mezzo” in uno “spazio protetto” dove, come ci ricordano i manager alla fine dei nostri seminari: “… sentirsi bene per… conoscere… ascoltare… lasciarsi coinvolgere”. Noi riteniamo che generare benessere sia proprio il tracciare i confini di questo luogo sicuro da giudizi e valutazioni. Ma quali sono gli accorgimenti che possono favorire questo benefico processo?
Il riscaldamento emotivo
L’esperienza accumulata in diverse culture aziendali ci suggerisce, già in sede di progettazione, di costruire un percorso formativo in cui considerare la varietà di stili di apprendimento e le diverse “intelligenze”. Secondo gli studi di Gardner noi possediamo molteplici intelligenze, da quella logico-concettuale, a quella pratico-operativa, espressiva e sociale. L’essere consapevoli dei propri canali privilegiati di conoscenza e il riconoscimento delle abilità che ne derivano contribuisce a creare benessere.
L’aula si trasforma sempre più in una “palestra esperienziale” in cui allenare e sviluppare comportamenti più consoni al proprio stile in vista delle sfide professionali. Le attività, i giochi e le esperienze pratiche sostituiscono le più tradizionali slides e lucidi, coinvolgendo i partecipanti in una visione olistica. Ma bastano queste tecniche a generare benessere? Crediamo che spesso si corra il rischio di affidare all’attività esperienziale tutta la potenza formativa senza introdurla con un adeguato “riscaldamento emotivo”, condizione primaria per tracciare i confini del luogo protetto.
Un bravo coach prepara i giocatori con una speciale ginnastica prima di condurli in partita e così, come “trainer d’aula”, cerchiamo di riscaldare i partecipanti attraverso una “ginnastica” propedeutica a migliorare il contatto con le proprie emozioni e quelle del gruppo. Il riscaldamento emotivo si rivela sempre un potente motore per sviluppare benessere, sia individuale che collettivo. Ma come e quando accenderlo?
Molto dipende dagli obiettivi che ci prefiggiamo: utilizzare la metafora o il racconto biografico all’inizio del percorso formativo può riscaldare il clima se il nostro scopo è attivare immaginazione o abilità creativa. Oppure scegliere il tono emotivo ed espressivo più consono per introdurre un gioco di ruolo, una simulazione di gestione dei conflitti. Un esercizio di comunicazione persuasiva contribuisce invece a creare fiducia tra il conduttore e il gruppo. Anche l’ambiente è un conduttore di emozioni. Il riscaldamento emotivo può tradursi pertanto anche nella cura con cui allestiamo l’aula: disponiamo le sedie, prepariamo i materiali e gli strumenti di lavoro, utilizziamo la luce e tutti quegli stimoli percettivi in modo che aiutino a costruire nuove prospettive. Le strategie, quindi, sono molteplici, a seconda dell’esperienza e della sensibilità di ognuno.
Ma siamo convinti che per generare vero benessere occorre ascoltare, e come ben ci insegna Saint-Exupéry ne “Il Piccolo Principe: ” Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
Parole chiave: Formazione manageriale, Team
