Il rapporto col tempo
di Isabella Appolloni
da Microonde, nr. 2 Febbraio 2006
Quando in un’aula di formazione si affronta il tema del tempo, si scoprono spesso risvolti inaspettati. All’inizio del percorso formativo, c’è una sorta di accordo non esplicito tra docente e partecipanti, secondo il quale tutte le attività verteranno, in modo indolore, su contenuti pressoché neutri, quali la gestione efficace dell’agenda o le tecniche per pianificare il proprio tempo di lavoro. Presto però, già nelle prime ore di formazione, ci si rende conto insieme che questo accordo non regge.
La “questione tempo” riguarda infatti un tema troppo radicale per ciascuno di noi – il tempo coincide, a ben guardare, con la vita stessa – perché essa possa essere affrontata in modo superficiale, quasi semplicistico. Siamo immediatamente di fronte a un bivio: la prima possibilità è trattare il problema in modo assolutamente diretto, con un approccio che potremmo definire efficientista: il tempo è una risorsa al pari di altre e quindi va utilizzato, gestito, governato, addirittura sfruttato al massimo. La seconda possibilità, invece, contempla l’ipotesi che il tempo sia una risorsa assolutamente sui generis: una risorsa che non si crea, non si distrugge, non si accantona, ma che piuttosto si consuma inesorabilmente, indipendentemente dall’uso che noi ne facciamo. Il tempo passa, va via, non ritorna ed è una risorsa sempre scarsa: vorremmo più tempo di quello che in realtà abbiamo.
Dipende da noi
Questo accade, appunto, perché il nostro tempo è la nostra vita. E dunque il miraggio di poterla governare, riempire, arricchire, addirittura espandere per fare stare in essa tutto ciò a cui teniamo è l’espressione di tante nostre aspettative: avere una vita piena, ricca di soddisfazioni, governata da un senso profondo. Come se riempire fosse sinonimo di arricchire. Ecco, dunque, che anche nelle attività d’aula questa prospettiva viene inizialmente suggerita e subito prende piede, perché trova terreno fertile in ciascuno di noi, svelando anfratti che prima stavano comodamente nascosti.
La realtà è questa: non possiamo affrontare il tema della nostra agenda, se prima non abbiamo chiarito a noi stessi quali siano le nostre priorità profonde; non possiamo diventare puntuali se prima non abbiamo fatto un po’ d’ordine mentale; non possiamo liberarci dal sovraccarico quotidiano se prima non abbiamo imparato a gestire la frustrazione di dire NO a cose o persone che sistematicamente si intrufolano come dei veri ladri di tempo. Quando in aula si compie questo passo di profonda consapevolezza, di solito non si è ancora maturi per accettarne tutte le conseguenze. Ammettere a sé stessi, prima ancora che ai propri colleghi di corso, che si hanno delle difficoltà nella gestione del proprio tempo significa dirsi qualcosa di molto più impegnativo, che non sempre si ha voglia di affrontare.
Il lavoro della formazione, a questo punto, è un lavoro molto delicato, in cui il docente per primo dev’essere disponibile a mettersi in gioco, a rivelare spazi di vita non ancora ben governati, per consentire all’aula di mettersi altrettanto in discussione, senza per questo esporsi al giudizio critico di nessuno. Insieme si comincia a sondare il nervo scoperto delle proprie priorità, del desiderio di fare tutto e bene, della difficoltà a delegare, del bisogno che ciascuno di noi sente di dimostrare che lavora bene, che è efficiente.
Il vissuto di molti, a questo punto, ha ancora una sfumatura di frustrazione: “La mia vita lavorativa è gestita da priorità date da altri, con scadenze stabilite dall’esterno, secondo ritmi e urgenze che non sento e che mi stringono in una morsa faticosa. Persino a questo seminario sono stato mandato, senza che ne abbia veramente condiviso le ragioni”. Per esprimerlo con una metafora usata da un partecipante, diremmo: ”La mia vita suona al ritmo di una sveglia puntata da altri”.
Solo quando, insieme all’aula, ci rendiamo conto che su qualche aspetto tra questi desideriamo veramente lavorare, riusciamo a passare dalla fatidica frase:”Il mio capo mi ha mandato a questo corso perché dice che non gestisco bene il mio tempo” alla frase – molto più difficile da pronunciare -:”Voglio lavorare sulla mia difficoltà a………..”.
Quando questo passo è compiuto, il più è fatto. O meglio: si apre la profondità enorme di tutto ciò che resta da fare a ciascuno di noi personalmente, al suo “io” che si interroga su ciò che realmente vuole e che poi decide di agire di conseguenza.
Consapevolezza e strumenti
La formazione d’aula può fare parecchio in questo senso, sia nel dare strumenti che portino a una maggiore consapevolezza, sia nel favorire il dialogo e il confronto tra i partecipanti; aspetto non trascurabile se si pensa a quanto ciascuno di noi può imparare dagli altri. Essa può, inoltre, fornire strumenti efficaci per gestire, piuttosto che essere gestiti dal tempo.
Ma la massima ricchezza di cui l’esperienza d’aula è portatrice è, a nostro avviso, la constatazione che l’ottica efficientista, quella per cui si fanno tante cose, si rispettano le scadenze, si arriva sempre in tempo – come una macchina che mette sempre la quinta – non è l’unica ottica possibile. Perché, sempre per citare un partecipante a un seminario: “Se vado alla massima velocità rischio di non vedere il panorama”.
Ogni tanto, consapevolmente e per libera scelta, possiamo prenderci la responsabilità di rallentare e di porci come obiettivo il viaggio stesso, anziché l’arrivo, il panorama che ci circonda piuttosto che il traguardo. Saper passare da un approccio all’altro, con flessibilità, ma con determinazione, è frutto di una scelta responsabile che prende in considerazione anche noi stessi tra i molteplici fattori in gioco. Il concetto di fondo è sempre lo stesso: imparare a stare bene con il proprio tempo, cioè con la propria vita, stabilendo un rapporto sereno con il nostro più importante compagno di viaggio, per poter dire, in sintesi: ”La mia sveglia suona, sì, ma l’ho puntata io!”.
Parole chiave: Laboratorio, Sviluppo di sé
