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Il riconoscimento del capo

di Cristina Mallarino

da Microonde, nr. 2 Febbraio 2006

Facciamo riferimento al dizionario Garzanti. Per spiegare il significato del verbo riconoscere esso fa uso dei seguenti verbi: identificare, accettare, ammettere, attribuire certezza, attestare un merito, dare un giudizio positivo. Se questi ultimi due verbi si riferiscono chiaramente a un’azione di valutazione positiva di qualcuno su qualche cosa, i primi quattro verbi invece si attestano su qualcosa di simile all’emergere di una verità (identificare, ammettere, attribuire certezza) o a una presa di consapevolezza (accettare), dunque a qualche cosa di importante che precede, anche se di poco, la valutazione positiva.

Dobbiamo ammettere però, che nella nostra esperienza di formazione in azienda il verbo “riconoscere”, o “dare riconoscimento” è praticamente conosciuto solo nella sua accezione di “valutazione positiva” ed è spesso indissolubilmente associato al concetto di premio, cioè ad azioni concrete che ne sottolineano l’importanza: una promozione, un aumento di stipendio, un benefit, un vantaggio conseguente la valutazione positiva.

Non che i premi siano nocivi. Certo però è che nei complessi meccanismi amministrativi aziendali le forme di ricompensa monetizzata sono estremamente rigide e quasi sempre fuori dal controllo dei manager operativi. In ogni caso si incontra resistenza ad evidenziare ai manager un altro significato di questa parola: quello del riconoscimento psicologico. L’atto stesso di “dare riconoscimento” ha in sé delle potenzialità interessanti, forti, motivanti, se solo riusciamo a considerarlo secondo questa altra accezione del termine, quella che ancora non prevede un atto di ricompensa concreta, ma solo di identificazione di una verità e di presa di consapevolezza di essa.

Perché è importante

Gli psicologi clinici e gli studiosi dello sviluppo evolutivo ci parlano del riconoscimento come uno dei meccanismi responsabili del benessere mentale e psicologico del bambino. L’essere umano si struttura psicologicamente anche grazie a questo piccolo, naturale meccanismo che si realizza nella relazione tra il bambino e chi si prende cura di lui. E’ attraverso di esso che il bambino sperimenta la positività della partecipazione emotiva con l’altro e della sintonizzazione, esperienze base per l’emergere del senso di identità di sé, della fiducia nelle proprie possibilità e della capacità di esplorazione sicura del mondo circostante.

Se dunque nella prima età evolutiva il riconoscimento da parte di un adulto precede e prelude la possibilità del bambino di riconoscere se stesso, di ammettere la sua realtà interna, di accettarsi e infine di attribuire certezza ad alcune parti di sé su cui costruirà la personalità, possiamo facilmente immaginare che anche da adulto, ogni qual volta si trovi in un contesto nuovo, complesso, sconosciuto, sfidante, continuerà ad essere straordinariamente sensibile a tale meccanismo nella relazione con l’altro.

A titolo di esempio citiamo alcune testimonianze raccolte in aula: “Nei primi tempi il mio capo non mi diceva nulla, ma io cercavo di capire da lui se quello che facevo andava bene, se era contento di me o no. Quando ho capito in che modo lui esprimeva che le cose andavano bene, allora poi mi sono calmato”. “Ho capito che se alzava il sopracciglio allora era contento di me…”. “Era terribile, nessuno mi diceva niente, mi chiedevo se si accorgevano di me, se quello che facevo importava a qualcuno”.

Se pensiamo alla nostra esperienza personale, tutti ricordiamo di esserci trovati in situazioni nuove, difficili ed impegnative, nelle quali ci siamo sentiti incapaci, inadeguati, a disagio. In quelle situazioni eravamo sensibili a tutte le informazioni dell’ambiente circostante, sia di quelle che ci permettevano di imparare velocemente, sia di quelle che ci potevano far capire se eravamo sulla giusta strada, fino a svelarci di essere finalmente arrivati a capo di quella situazione sfidante.

Normalmente, in azienda, il capo non fa fatica a capire l’importanza di dare feedback critico per aiutare il collaboratore a migliorare le performance fino a raggiungere lo standard atteso. Risulta invece più sconosciuta la capacità di accorgersi dei suoi miglioramenti e di condividere con lui, mediante una comunicazione verbale e non verbale, che ci si è accorti del suo impegno e di quanto di positivo fa, per restituirgli una immagine positiva di sé.

Per questo motivo, nell’ambito delle esperienze di formazione manageriale, per far capire ai manager cosa è il “riconoscimento” e perché è una leva efficace di motivazione e di apprendimento, troviamo particolarmente efficace predisporre, nell’ambiente protetto dell’aula, delle situazioni di nuovo apprendimento, nelle quali i manager non solo tornano ad indossare le sensazioni del collaboratore alle prime armi, ma anche capiscono come ci si sente a ricevere riconoscimento da un superiore, nei modi e nei tempi che rafforzano l’apprendimento e la motivazione.

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