Tessera 35

Il manager fra presenza e assenza

C’è una frase che ascoltiamo spesso al termine di un percorso di Executive coaching quando esploriamo, insieme al coachee/manager, le consapevolezze acquisite: “Ho toccato con mano il valore del fermarsi, di prendermi una pausa dal vortice del fare e osservarmi dall’alto”.

Fermarsi, pausa, sono concetti rivoluzionari in un mondo che richiede rapidità e efficienza. E’ indubbio che la velocità tecnologica abbia apportato molteplici vantaggi sul nostro modo di lavorare, di pensare, di apprendere, di ampliare il nostro sguardo sul mondo, di reperire in tempo reale informazioni e conoscenza.

Il prezzo che paghiamo è la perdita di focalizzazione, di incapacità di stare nel qui-e-ora, insomma la difficoltà di essere presenti in ciò che si è e in ciò che si fa.

Oggi la sfida dei manager è appropriarsi della presenza consapevole che prescinde dai talenti, dal carisma personale, dalle competenze: è una condizione che si verifica quando siamo pienamente immersi nel presente, consapevoli di dove siamo e in sintonia con noi stessi e l’ambiente. La presenza consapevole è fondamentalmente di natura relazionale.

Si può acquisire questa presenza?

Partendo intanto dalla consapevolezza del contrario: l’assenza.

Essere assenti, altrove  con mente, cuore e corpo,  da una parte ci sembra l’unica condizione  per controllare tutto; le  priorità da affrontare nella prossima riunione con i miei  colleghi, la  riflessione  sulla presentazione in inglese con i nuovi partners europei  tenendo a freno il desiderio di sfogare tutta la mia rabbia quando darò il feedback al mio collaboratore sul suo ennesimo ritardo rispetto alla dead line stabilita e tutto questo mentre sto rispondendo con una email all’ulteriore richiesta del mio capo. Dall’altra essere altrove ci impedisce un contatto autentico con noi stessi, con gli altri, con ciò che stiamo vivendo momento per momento, togliendo forza e spessore alla nostra presenza e personale leadership.

Ci sono aspetti che si possono allenare per raggiungere la presenza consapevole?

Ci preme sottolinearne quattro, a nostro avviso, fondanti.

Presenza fisica. Si verifica quando l’espressione del volto, il linguaggio, i gesti, la postura sono fra loro coerenti e confluiscono nel flusso della concentrazione. Questa armonia fisica è risonante perché vera, frutto di contatto profondo interno ed esterno. Dare un feedback costruttivo utilizzando un tono di voce non giudicante, una postura ferma ma non difensiva, una cura nella scelta delle parole, uno sguardo attento e non sfuggente, comunica in maniera credibile e autentica che siamo totalmente lì, presenti a noi stessi e, contemporaneamente, in ascolto e in relazione.

Presenza percettiva. E’ la capacità di essere nel presente con un’attenzione profonda, completa e con tutti i cinque sensi all’erta. Otto Scharmer professore incaricato presso il MIT (Massachusetts Institute of Technology) definisce questa attitudine Presencing, neologismo da lui creato e composto da due parole: presenza (presence) e sentire, percepire (sensing). E’ un ascolto a 360° che favorisce momenti di osservazione di “ciò che c’è” interiormente ed esteriormente senza trarre conclusioni affrettate, permettendo alle proprie osservazioni di lavorare per far emergere nuove idee. E’ in questa dimensione che possiamo riconoscere il potenziale creativo presente in tutti noi e percepire soluzioni originali. La presenza percettiva rafforza la capacità del problem solving perché induce a lasciar andare vecchi schemi di riferimento e stimola un’osservazione paziente; qualcosa di nuovo emergerà.

Presenza emotiva. Si alimenta quando accogliamo un’emozione improvvisa suscitata da una determinata parola, situazione o gesto, senza soffocarla o nasconderla a noi stessi. Chiedersi “cosa sto provando?” cercando di riconoscere e nominare l’emozione che circola, ci ancora al presente e ne circoscrive l’intensità impedendo che ci travolga come un fiume in piena.

Se in una riunione sento l’impulso di obiettare qualsiasi proposta del collega, la presenza emotiva mi obbliga ad andare oltre l’impulso e a riconoscere che, forse, provo ancora rabbia nei suoi confronti per avermi contraddetto l’altro giorno davanti al capo. Se faccio spazio al mio sentire, tutto sommato mi accorgo che le sue proposte sono valide e degne di attenzione.

Presenza mentale. La presenza mentale si ottiene esercitando l’attenzione e la concentrazione nel momento presente in maniera non giudicante. Spesso siamo distratti da un incessante chiacchiericcio su quello che bisognava fare e su ciò che si dovrebbe fare, oscillando fra passato e futuro. Un noto detto zen recita: ”Quando mangi, mangia. Quando dormi, dormi”; perché di solito  la nostra mente non è mai lì, ma da un’altra parte; succede quando  inneschiamo il pilota automatico  che ci spinge a ripetere vecchi copioni non sempre utili e validi. Reagiamo allo stress con aggressività, oppure interrompiamo la comunicazione con chi ci circonda. Al contrario una mente presente ci aiuta a scegliere la risposta più appropriata alla situazione. Alcune discipline come la meditazione o la Mindfulness favoriscono la piena consapevolezza con benefici evidenti sui nostri processi decisionali.

Quindi, allenarsi si può!

Ma non è un allenamento solitario perché la presenza consapevole è per sua natura relazionale; il coach può essere un solido supporto grazie al suo bagaglio di strumenti ed esperienza. Essere presenti è infatti una delle undici competenze chiave acquisite nel suo training formativo che diventa un‘ulteriore pratica da mettere al servizio per una crescita personale e professionale. 

“Per conoscere la realtà non puoi starne fuori e definirla;
devi entrarci dentro, esserla, sentirla”

(Alan W. Watts)

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